Le Donne di Itaca
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Talvolta Itaca è un luogo. Talvolta è
uno stato mentale.
O un desiderio, un bisogno, un riverbero della
coscienza, uno spettro dell’incoscienza.
Itaca “ventosa”
e Itaca “petrosa”, la definiva Omero, perchè Itaca è
fatta di aria e di roccia, come le donne che la popolano.
Da
sempre Itaca è sinonimo di ritorno.
Per me, per quelle come me,
Itaca è solo attesa… e attesa… e attesa ancora.
Le donne di
Itaca hanno promontori scoscesi in fondo all’anima, dai quali
continuano ad attendere vele bianche che non arriveranno.
E non si
mettono al riparo nemmeno se le vele che vedono comparire
all’orizzonte sono nere come la notte che capiscono di essere
costrette a vivere, quando il loro lontano diventa curva dolorosa di
una memoria che non è mai totalmente passato.
A chi dice che
“l’odio è il contrario dell’amore”, le donne di Itaca
sorridono con l’amarezza di chi sa che si può amare, a volte, con la
stessa ferocia con cui si odia, e si può odiare qualcuno con molto
amore.
Le donne di Itaca sanno che la maschera esfoliante per il
cuore non esiste, eppure, ogni mattina, quando aprono il loro
cassetto pieno di matite per occhi e lucidalabbra alla ciliegia,
sperano di trovarcela dentro.
Sono donne complicate, che tutte le
notti sognano un uomo che dica loro: “Con te mai niente è stato
semplice, ma è stato bello, sempre tutto”.
E non si sentono
per niente lusingate quando l’Ulisse di turno, per edulcorare un
tradimento, abbozza qualcosa tipo… “Ogni volta che toccavo
un’altra donna, era sempre la tua pelle che cercavo…”.
E
hanno smesso di credere a chi dice “Anche quando me ne sono
andato, ho continuato a portarti dentro”, perchè le donne di
Itaca sono innamorate delle parole, ma pretendono che le parole siano
seguite dai fatti.
Donne attraversate da prospettive cromatiche
poco reali.
Tenaci come un albero ben radicato sul suo
territorio.
Malinconiche come un tramonto viola.
Irrequiete
come una soluzione mancata.
Donne capaci di sanare l’inquietudine
dei loro uomini con un unico lungo bacio.
Capaci di scardinare
battenti rimasti chiusi per anni.
Rompere vetri che tutti avevano
creduto infrangibili.
Le donne di Itaca non si danno tregua mai:
si processano, si condannano, si torturano.
E non imparano mai a
perdonarsi per essersi innamorate di uomini affetti da un cronico
“non esserci”, uomini per cui il non esserci è la
condizione di vita naturale, quasi una sorta di vocazione
innata.
Uomini che non ci sono mai, in tutti i modi in cui è
possibile non esserci.
Che fanno le valige e partono non appena le
cose si mettono male.
Le donne di Itaca, una notte di molti anni
fa, durante un temporale, hanno scritto “Piove e non ci sei. Sei
l’unica persona che vorrei avere accanto adesso, ma non ci sei. E mai
nessun motivo è abbastanza valido per tutte le volte che ho bisogno
di te e non ci sei.”.
Le donne di Itaca hanno amato i loro
uomini “tra nuvole e lenzuola” e sono state follia
dell’anima e della carne per tutti coloro che hanno avuto la
sfacciata fortuna di trovarsele accanto.
E sono stanche di fare le
madri e le figlie dei loro uomini: adesso vogliono solo essere
trattate da donne e amare di quell’amore che è insieme passione e
condivisione.
Pensieri, parole, fatti.
Spazio, tempo,
occasioni.
Libri, rose rosse e quadri di Chagall.
Attese,
speranza e fiducia.
Notti.
Giorni.
Respiri.
Caffè, caldo
d’inverno e freddo d’estate.
Silenzi condivisi.
Silenzi imposti
e subiti.
Sangue.
Tutto questo hanno dato le donne di Itaca ai
loro uomini, perchè l’amore smisurato è il loro talento, e, a
differenza degli uomini che hanno avuto, sono certe di non averlo
sprecato mai.
Le donne di Itaca conoscono la differenza tra vivere
e sopravvivere e sanno che questa differenza è l’amore: per questo
amano senza filtri e senza freni, prendono treni che quasi mai le
portano al sole, passano notti intere davanti a portoni bui
nell’attesa di non si sa quale stupore, lasciano biglietti carichi di
luce nel parabrezza di macchine polverose e stanche, vivono dolori
che il tempo, invece di lenire, approfondisce, facendoli diventare
tutt’uno con la pelle e i respiri.
Quelle di Itaca sono donne che
ci hanno creduto troppo e troppo a lungo.
E crederci è costato
loro tutto quello che erano.
Sapeste, voi Ulisse, Orfeo, Don
Chisciotte, quanto le donne di Itaca ci hanno creduto…
Voi che
prima di lasciarle avete mormorato “… posso
chiamarti…?”.
Voi che le avete amate “ma…”, le
avete volute “però…”, le avete cercate “eppure…”,
mentre avreste dovuto amarle completamente, volerle sopra ogni altra
cosa, cercarle senza sosta sino a trovarle.
Voi che al cinema, e
nella vita, vi alzate un attimo prima che compaia la parola “fine”,
perchè gli epiloghi non li sapete gestire, e le lasciate da sole a
leggere i titoli di coda.
Le donne di Itaca quando si incontrano
si chiamano “compagne di naufragi”, ma non c’è
compatimento in quell’epiteto che si sono date, solo la forza
solidale del loro sentire comune, di quel canto che ha il suono
limpido e definito delle verità che cercano.
E cantano, cantano,
cantano, le donne di Itaca, anche quando non hanno più voce, anche
in quei teatri dove ormai hanno spento tutti i fari.
E quando il
tempo non ha più carezze, imparano a farsele da sole.
E quando
hanno perso tutte le scommesse, cominciano a scommettere su se
stesse.
E metri e metri di raso rosa vestono i loro corpi segnati
da lividi, bruciature e cicatrici di amori incompiuti, perchè
continuano a buttare i loro enormi cuori tra le stelle, incuranti del
fatto che spesso le stelle glieli rimandano indietro con tanti cari
saluti, ma senza nessuna cautela.
Le donne di Itaca sono nate nel
sole e al sole ritornano, anche quando il loro canto sembra solo un
triste lamento di morte.
Cantano attese calde come lacrime e
recise dal prolungato inverno.
Cantano
di miele e veleno,
di
zucchero e sangue,
di neve e di sabbia.
E il loro pensiero è
un colore, il colore è un suono, il loro suono un battito.
Il
battito della vita che palpita.
M.
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gennaio 13th, 2010 at 16:27
Bello, molto intenso….. devi averle vissute personalmente determinate cose per poterle raccontare…
gennaio 13th, 2010 at 16:56
Solidarietà alle donne, a tutte le donne che conosco e che fanno parte della mia vita o che ne hanno fatto parte… Questo testo, in realtà non è di mia totale stesura, ma da me rivisitato e adattato alla bisogna.
credo che ogni donna meriti più rispetto, più cautela e più amore.
Cresciuto con 4 donne(mamma e 3 sorelle) fino all’età di 17 anni ho vissuto pelle a pelle ogni emozione e tortura che le “mie” donne hanno respirato, provato e sopportato. Respirando e soffocando, tentando e capendo fino in fondo…
gennaio 13th, 2010 at 22:48
Ti capisco, ho vissuto una situazione simile.
Unica donna in mezzo a 6 maschi…..da tagliarsi le vene a volte.